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L’editoriale – Tutelare l’ambiente per rispettare noi stessi

Il rispetto per l’ambiente o ce l’hai o sei un barbaro e ogni volta che assistiamo a uno scempio che colpisce la Natura troviamo chi osserva stupito e resta fermo o chi si indigna e lo condanna cercando di adoperarsi per proporre soluzioni concrete. Per fortuna il mio interesse per l’ambiente deriva dalla mia famiglia che fin dai primi anni di scuola mi inculcava, tra gli altri, il valore del rispetto verso ogni forma di vita.

E nel solco di questi insegnamenti tante sono state le iniziative di legalità e di coscienza civica a tutela dell’ambiente che mi hanno coinvolto e forgiato. Anche nella professione, il mio primo processo penale come praticante avvocato – guarda caso – riguardava proprio l’ambiente. Ci eravamo costituiti parte civile per un Comune danneggiato dal reato di “disastro ambientale” perpetrato da gente senza scrupoli che inseguiva solo i propri loschi scopi. E, forse, la mia militanza ambientalista ha sensibilizzato il mio pensiero al punto da provocarmi una viva reazione di sdegno verso le scene apocalittiche di deforestazione causate dai gravi incendi di questi giorni. 

La situazione è sempre più preoccupante. Quest’anno, solo in Italia sono stati già cancellati quasi 80.000 ettari di boschi e di biodiversità con un costo che Coldiretti attesta intorno a 3 miliardi di euro. E il fuoco continua a mietere le sue vittime, impotenti di difendersi se non con l’intervento, spesso tardivo, dell’uomo vista l’incostante attività di prevenzione. Incontaminate riserve naturali “ove per poco il cor non si spaura” divengono teatro di aggressioni sempre più meschine e codarde tese a distruggere il patrimonio dell’umanità. E non sono risparmiate neanche le testimonianze storiche, luoghi simbolo che la storia ha regalato al nostro tempo. Parlo dell’incendio che ha interessato l’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli.

Un’amara pagina del nostro tempo che ha visto bruciare parte delle gradinate lignee, da tempo in disuso, nel terzo anfiteatro più grande d’Italia, il più importante dell’epoca romana dopo il Colosseo. Le cause sono ancora ignote e tuttavia, come diceva qualcuno, a pensar male si fa peccato ma quasi sempre si indovina! É di ieri la notizia che, proprio oggi, il sito ha riaperto e consente gratuitamente ai turisti di visitare l’area e dedicare la giusta attenzione che merita ma siamo ancora lontani da una  seria valorizzazione. Anche quest’anno al Rione Toiano e al Lago d’Averno sono divampati incendi incontrollati in aree verdi di matrice presumibilmente dolosa ma che, per fortuna, hanno sortito effetti contenuti rispetto a quanto accaduto, invece, in altre regioni come Sicilia, Sardegna, Abruzzo e Molise. Certo, le cause potrebbero essere ricondotte anche al riscaldamento globale che accelera fenomeni del genere a causa della siccità dei luoghi. Ma una cosa è certa: la disattenzione per l’ambiente e i cambiamenti climatici è ancora alta e non tende a calare minimamente se pensiamo alla carenza di personale, spesso precario, che sarebbe deputato al controllo e alla prevenzione forestale.

E pensare che ci sono voluti trent’anni di mobilitazioni ambientaliste per introdurre nel Codice penale, con la legge 68 del 2015, un nuovo titolo dedicato ai “Delitti contro l’ambiente” e permettere, così, di instaurare processi come quello della discarica Resit a Giugliano o dello sversamento in mare e in spiaggia di milioni di dischetti di plastica, fatti fino a quel momento non contrastabili da nessuno strumento giuridico adeguato. 

Ecco perché gli ecoreati, primo fra tutti il disastro ambientale, sono veri e propri delitti contro l’umanità che avrebbero dovuto ricevere un trattamento diverso nella Riforma Cartabia sulla giustizia votata da poco alla Camera quantomeno pari a quello riservato ad altri reati gravi (per mafia, terrorismo, violenza sessuale aggravata e traffico di stupefacenti) così da poter beneficiare di termini estesi di giudizio invece di rischiare la scure dell’improcedibilità dell’azione in ragione della complessità di indagine dovuta alla particolare complessità giuridica e tecnico-scientifica degli accertamenti necessari da svolgere. Un grave vulnus che non trova giustificazioni perché oltre a danneggiare le indagini, rischia di favorire involontariamente un incremento dei suddetti reati. D’altronde, a corroborare l’importanza di questo allarme, è il Rapporto Ecomafia di Legambiente che ha registrato circa 4.000 procedimenti penali avviati, 12.000 denunciati e 4.000 ordinanze di custodia cautelare, numeri da capogiro che giustificano l’ingente lavoro giudiziario e l’attualità del pericolo. 

Attribuire il giusto peso ai reati ambientali sarebbe una scelta di civiltà, fatta con la consapevolezza che ad essere coinvolta non è solo la Natura che ammiriamo da lontano, ma al benessere di ognuno di noi perché tutelare l’ambiente vuol dire pensare al futuro dei nostri figli e ai danni alla salute che potremmo evitare. E se, da una parte, è necessario rafforzare l’attività di prevenzione e di controllo del territorio ripristinando il Corpo forestale dello Stato al fine di tutelare l’incolumità delle persone ed evitare che il nostro patrimonio storico-ambientale vada distrutto, dall’altra è importante svolgere un lavoro di dissuasione nei confronti dei piromani fino a quando diventi non conveniente delinquere se si aggiunge, a maggior ragione, anche la crisi climatica che contribuisce a causare danni incalcolabili.

Avv. Pasquale Di Fraia
Avvocato nel comparto bancario, presidente dell’associazione La PrimaVera Pozzuoli, è ambientalista della prima ora e cura le relazioni sindacali in azienda.

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