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L’editoriale – La primavera del civismo di vocazione

Fenomeno contemporaneo nato dalla volontà di rappresentare esigenze e bisogni di chi spesso non viene considerato, il civismo ha una genesi piuttosto recente e occupa fin dagli inizi del Nuovo Millennio un ruolo importante nella partecipazione alla vita civile delle istituzioni e delle organizzazioni della società.  

Tale manifestazione è fondamentale se si pensa che anche tra le mura scolastiche è stata introdotta l’educazione alla cittadinanza attiva – con l’insegnamento dell’educazione civica – essenziale per avviare già dai banchi di scuola gli studenti al rispetto delle regole di convivenza sociale e responsabilizzarli, quindi, ad analizzare i fenomeni collegati alla costruzione dell’identità e delle relazioni umane e sociali, a comprendere i diversi punti di vista, a gestire le conflittualità, a contribuire all’apprendimento comune e alla realizzazione di attività collettive oltre che a riconoscere i diritti fondamentali degli altri. 

Prima facie il civismo rappresenta una forma di auto-organizzazione concepita in chiave pubblica per l’esercizio di poteri e l’assunzione di responsabilità al fine di tutelare diritti e beni comuni.  Da qui il desiderio di associarsi per uno stesso fine. Ma da dove nasce questo bisogno? E perché stanno crescendo sempre di più le associazioni a livello prettamente locale? 

In realtà, la risposta al primo quesito non può che partire dall’assunto che le istituzioni non rispondono in maniera efficace e tempestiva alle situazioni da risolvere anzi spesso non riescono a stare al passo con le innumerevoli e variegate esigenze della collettività o per incapacità strutturale o perché troppo lontane dai tanti e specifici problemi che quotidianamente richiedono una risoluzione in tempi quantomeno accettabili. Ciò genera nei cittadini una diffusa insoddisfazione che, mista a rabbia e disagio, alimenta manifestazioni sempre più forti di proteste e tensioni creando, il più delle volte, una forte tendenza costruttiva di aggregazioni partecipative dal basso. E affinché la partecipazione risulti rilevante e capace di essere efficace nel rappresentare determinate posizioni, occorre che vengano instaurate relazioni che si basino sulla formulazione di proposte condivise per perseguire degli obiettivi comuni. Solo così, secondo il sociologo tedesco Ulrich Beck, i cittadini eserciterebbero concretamente i loro diritti “riempiendoli della vita per la quale ritengono che valga la pena di lottare” delineando una vera e propria forma di civismo di vocazione. E oggi, più che mai, se ne sente la necessità, forse perché si ha la sensazione di non essere più pienamente tutelati in una società del “tutti contro tutti” sempre più arida e meschina. Per cui è in questo quadro che, per colmare siffatto vulnus, sono cresciute sensibilmente negli ultimi anni associazioni che oggi vantano, tra l’altro, risultati molto importanti.  

Quando parliamo di “attivismo civico” pensiamo subito alle iniziative politiche come i referendum abrogativi che ultimamente occupano le prime pagine dei quotidiani. E invece, gli ambiti in cui il cittadino comincia a mostrare interesse ad apportare un suo contributo sono i più disparati: si pensi ai comitati di quartiere che perseguono obiettivi circoscritti all’area territoriale in cui vivono, ai movimenti per i diritti delle donne che sostengono battaglie volte a sensibilizzare le istituzioni per una parità di genere ancora non del tutto attuata o, ancora, alle associazioni dei consumatori che tutelano i cittadini offrendo consulenze gratuite e portando all’attenzione delle Autorità competenti le denunce dei propri assistiti. A tutela dell’ambiente numerosi sono i gruppi ambientalisti, primi tra tutti Legambiente e il WWF; nell’ambito dei servizi sociali nascono di continuo organizzazioni di volontariato e sportelli di supporto che offrono assistenza costante a cittadini bisognosi, padri divorziati o indigenti; mentre perfino per le vittime dei reati viene riconosciuta gratuitamente un’assistenza legale, psicologica e materiale. Dunque, potremmo affermare che in molti casi l’impegno civico si sostituisce alle istituzioni e raggiunge risultati più adeguati di esse stante la prossimità e la vicinanza alle esigenze di chi appartiene alla categoria sociale attenzionata. È evidente, quindi, che oggi ogni interesse genera civismo. Ed è, certamente, quanto mai attuale considerando anche la partecipazione civica in ambito politico. Infatti, anche qui si affacciano sempre più movimenti civici portatori di interessi specifici a scapito dei partiti che gradualmente iniziano a scomparire o dei politici di grido che si riciclano abilmente sotto le mentite spoglie di liste civiche di facciata per la crescente sfiducia che generano. Lampante è ciò che sta accadendo in occasione delle vicine elezioni amministrative, dove prolifera un uso inappropriato di simboli di comodo scelti per far fronte al declino della politica dei partiti tradizionali e alla crisi di valori e di credibilità in cui versa. I movimenti civici crescono anche nella convinzione che è oramai anacronistico appartenere alla tradizionale nomenclatura valoriale della politica visto che gli atavici problemi sono rimasti irrisolti e non sono più appannaggio esclusivo di un colore politico. 

Affinché il civismo possa incarnare solo l’aspetto positivo ovvero quel mondo autentico e virtuoso di chi si mette in discussione per occuparsi attivamente dei problemi concreti e non rimanere inerti e subire passivamente le scelte altrui – magari anche sbagliate – occorre intenderlo come azione collettiva di cittadinanza in grado perseguire interessi non individualistici. Ovvero un impegno civico che si manifesta nel pieno rispetto del principio di cui all’art. 3 della Costituzione nella misura in cui risulti capace di rendere effettivi i diritti esistenti e di promuoverne di nuovi attraverso la rimozione degli ostacoli posti al riconoscimento di un’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini. 

Quindi, se ne deduce che “cittadinanza attiva” significa anche rispettare la legge e, in particolare, le regole del buon vivere civile in armonia con gli altri, non senza dimenticarsi di osservare i doveri dettati dal rispetto dei diritti altrui e di preservare i beni comuni come se fossero i propri.  

È auspicabile, allora, riscoprire l’essenza dei valori che hanno fondato la nostra Repubblica e, a mio sommesso avviso, già in un prossimo futuro compiersi anche e soprattutto grazie all’apporto nei diversi cicli d’istruzione del lavoro scolastico dei docenti che stanno educando ad una consapevolezza responsabile del vivere civile le nuove generazioni. Queste ultime, di conseguenza, avranno l’onere di essere parte attiva nel dare importanza a entità collettive idonee a fare sintesi tra gli interessi coinvolti ed annullare o, comunque, ridurre il più possibile le distorsioni e le carenze organiche che caratterizzano la nostra giovane democrazia.

Avv. Pasquale Di Fraia
Avvocato nel comparto bancario, presidente dell’associazione La PrimaVera Pozzuoli, è ambientalista della prima ora e cura le relazioni sindacali in azienda.

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