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L’editoriale – Ambientalisti veri o per tendenza?

Siamo diventati un popolo di ambientalisti, per tendenza o per comodità, per ritagliarci il nostro spazio in società e raccontarci l’importanza di fare la raccolta differenziata, di condannare chi spreca le risorse in maniera irrazionale o, semplicemente, per esprimere sdegno nei confronti di chi non rispetta le regole del decoro e del buon vivere civile.

Nel frattempo, le nostre inadempienze hanno provocato seri danni all’ecosistema e giusto per esemplificare: l’ambiente è stato rimpiazzato da masse di cemento o coperto da rifiuti tossici, i fiumi sono stati infestati da scarichi che hanno provocato odori nauseabondi e il mare è stato inquinato da petrolio e plastica, pagando un prezzo molto elevato sotto forma di ignoranza, malattie, povertà e guerre. Ed è sulla salvaguardia del Pianeta che da qualche anno è assurta agli onori della cronaca una protesta arrivata da lontano grazie a una giovanissima attivista svedese dalle trecce bionde e dalla voce stridula con il suono riecheggiante del suo slogan: Skolstrejk för klimatet!

Una contestazione che ha avuto un’eco mondiale impressionante tanto da scuotere soprattutto la coscienza delle giovani generazioni che hanno manifestato nelle piazze lo sconforto e la rabbia per la miopia dei Governi a notare l’importanza di un problema così importante e imminente quale l’inquinamento climatico.

Siamo stati tutti un pò Greta Thunberg quando abbiamo preso in prestito le sue parole nei famosi Fridays (for Future) al fine di chiedere alle istituzioni il rispetto degli accordi di Parigi sulle riduzioni delle emissioni di CO2, per poi dimenticarci subito dopo che la tutela e la salvaguardia dell’ambiente non possono prescindere dall’educazione e dal rispetto per sé e per gli altri. Un problema endemico quello ambientale che, forse, risulta essere troppo astratto e poco attrattivo sul piano elettorale per essere affrontato nel concreto ma certamente condivisibile e vicino alla sensibilità di molti quando parliamo di economia circolare o quando ci si immedesima nella contingenza di un disastro ambientale che interessa periodicamente luoghi più o meno lontani da noi tanto da dimenticarne presto gli effetti sotto la coltre di notizie a più alto impatto.

A farne le spese sono soprattutto i giovani, i quali si sentono impartire nelle scuole precise istruzioni comportamentali costantemente contraddette da una società che agisce in maniera diametralmente opposta vuoi perché la maleducazione è comoda e contagiosa vuoi perché le regole e i sacrifici non piacciono a nessuno.

Si dice che ogni anno vengano immesse nell’atmosfera oltre cinque miliardi di tonnellate di anidride carbonica, causa principale dell’effetto serra oppure che la causa principale dell’inquinamento sia il consumismo.

Rispetto ai primi decenni del ‘900 quando gran parte della gente pur essendo analfabeta nutriva una coscienza civica esemplare, le nostre generazioni hanno perso il contatto con la realtà circostante e quel senso di comunità e di solidarietà che ci legava. Viviamo in una società in cui si agisce ancora furbescamente e con uno stile provinciale da condannare in ogni sua forma, un luogo in cui si pensa che chi è furbo vive di vantaggi e successi a scapito degli onesti, chi è arrogante ottiene di più e chi pensa al proprio orticello non è più egoista di chi fa finta di non vedere i problemi e “tira a campare” girandosi dall’altra parte.

Chi non rispetta l’ambiente così come chi non educa al rispetto sono due facce della stessa medaglia, entrambe complici delle trasgressioni altrui perché incapaci ad assumersi le responsabilità per i danni perpetrati nei confronti della comunità. Invece, bisognerebbe domandarsi più spesso se le nostre azioni siano giuste o sbagliate, se il loro fine corrisponda solo alla nostra cupidigia o rispecchi la necessità del mondo che ci circonda. Si agisce troppo spesso d’istinto, a volte senza pensare, abbandonando qualsiasi forma di ragionamento e di riflessione. Parliamo troppo spesso di diritti e ci dimentichiamo di avere dei doveri.

Bisognerebbe sentirsi completamente parte di una comunità per acquisire la consapevolezza di appartenere a un disegno più grande, di riconoscersi parte della Terra un pò come gli Indios americani, i quali si sentivano essi stessi un unicum con l’ambiente in cui si erano stanziati in armonia con la natura.

Appartenere ad una comunità significa anche rispettare, secondo il pensiero di San Francesco d’Assisi – rafforzato dall’enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco – la “sora nostra matre Terra” quale luogo di crescita spirituale e materiale di ciascuno.

Non ci sono ricette magiche che risolvono il problema illico et immediate né bastano leggi ad hoc che ne contengano gli effetti, piuttosto ciò che può aiutare sensibilmente a condurci verso una soluzione futura del problema è sviluppare gli obiettivi ONU dell’Agenda 2030 per la sostenibilità rimarcando l’importanza rivestita dall’educazione ambientale. Se poi si andasse oltre la mera lettura delle leggi e si iniziassero a osservare pedissequamente i dettami indicati in esse potremmo sicuramente nutrire una speranza che coniughi il benessere col rispetto verso i propri simili, rispetto che non si può insegnare se non siamo noi i primi a costruirlo, mattone dopo mattone, con forza e volontà. Certo, scrivere questo pensiero è molto semplice così come convincerci di poter seguire ogni regola  comportamentale quando, per converso, siamo così bravi a fare l’opposto di ciò che ci viene indicato forse perché vediamo le regole come una costrizione o come una forma di restrizione della nostra personalità quale libero sfogo delle nostre idee.

Siffatta ricetta potrebbe essere sufficientemente idonea a favorire un auspicato revirement se ci aggiungiamo l’ingrediente del “dare l’esempio”, concretamente e quotidianamente, a mo’ di strumento educativo di una cosciente cultura ambientale che rafforzi il desiderio di migliorarsi nel rispetto della natura circostante abbandonando le comodità e la corsa spasmodica all’apparenza e al consumo smanioso per soddisfare un benessere effimero o il piacere di turno. E chi diceva che con la musica non si cambiano le menti si sbagliava se tra i primi esempi da seguire in tal senso troviamo una band britannica come i Coldplay che in tempi non sospetti ha annunciato uno stop ai concerti se non ecosostenibili.

E’ indubbio che ripristinare un ordine che muti radicalmente gli stili di vita sia necessario atteso che il cammino verso una riconversione ecologica resta lungo e tortuoso e, probabilmente, richiederà due o tre generazioni e che lo sviluppo del pensiero critico parte da ciò che avviene tra le pareti domestiche, in quella entità chiamata famiglia, prima di intercettare il compito formativo delegato alla scuola e alla società civile.

Andrebbe rivisto anche il profilo educativo delle leggi perché il cittadino sia motivato e convinto a condurre con impegno una degna esistenza.

La Costituzione afferma che la salute debba essere tutelata e promossa quale fondamentale diritto dell’uomo e interesse della collettività e lo stile di vita dovrebbe seguire questa intenzione e non essere imperniato da tanta superficialità.

Abbiamo una grande responsabilità verso le nuove generazioni, le quali guardano con ottimismo al futuro e osservano le nostre azioni giudicandole con severità.

D’altronde, è giunto anche il momento di sviluppare nuove forme di smaltimento e di contenimento ridimensionando i consumi e riorganizzando le strategie industriali compreso il sistema di plastificazione così da poter restituire finalmente all’ambiente la sua originaria carta d’identità.

Siamo diventati un popolo di ambientalisti, per tendenza o per comodità, ma ci impegneremo giorno dopo giorno ad amare l’ambiente come se fosse l’undicesimo comandamento, un punto dal quale ripartire per risvegliare la voglia e il coraggio di credere nel cambiamento nella fondata speranza che il rispetto delle regole unitamente alla consapevolezza di essere ospiti della Terra – e solo di passaggio – siano imprescindibili per un’adeguata e matura coscienza civica che tenda al proprio benessere e a quello dei propri figli.

Ai lettori l’arduo commento!

Avv. Pasquale Di Fraia
Avvocato nel comparto bancario, presidente dell’associazione La PrimaVera Pozzuoli, è ambientalista della prima ora.

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